Scrivere un articolo sull’ergonomia del lavoro oggi, non è per nulla semplice. Così proverò a raccontare la mia esperienza sul campo, in fabbrica a Mirafiori Carrozzeria, quello che una volta era il cuore pulsante dell’Italia che lavorava.

Era la fine del ’95 e nelle diverse U.T.E. (Unità Tecnologica Elementare) la fabbrica sfornava a ritmo continuo Panda, Punto, Marea, Multipla, su 3 turni. Mi convocarono a partecipare ad una riunione con i primi vertici aziendali e sanitari: l’argomento era la bufera che di lì a poco si sarebbe abbattuta sull’azienda.

Dai primi grafici presentati si notava che il primo stabilimento italiano per numero di occupati era decisamente “vecchio” con un’età media doppia dello stabilimento di Melfi. Gli operai diretti della sola unità montaggio erano 6.000. Si può capire quindi come la preoccupazione dei vertici fosse fondata: il famoso proverbio recita infatti: “lavorare stanca”.

Tuttavia i lavoratori lamentavano sempre di più patologie “nuove” e i medici di fabbrica cominciavano a prescrivere limitazioni alle normali mansioni lavorative. Questo riduceva moltissimo il turn over e le possibilità di avere il personale giusto e posizionato nella postazione corretta e causava perdite produttive notevoli. Attenzione… le perdite erano conteggiate in “automobili”, quindi si capiva bene l’ansia produttiva.

Una delle patologie riscontrate nella maggior parte dei casi era il tunnel carpale. I campanelli d’allarme furono prontamente interpretati, in modo legittimo, dai delegati dei lavoratori che chiesero immediate azioni correttive.

Ma procediamo con metodo. La prima slide presentata dal Direttore Sanitario, rappresentava una mano contratta nell’atto di impugnare una pinza.

FIAT Mirafiori

Questa presa di posizione spinse la FIAT a realizzare uno studio pratico nominando di fatto il primo “ergonomo” di stabilimento, il sottoscritto.

Eravamo un team misto composto da tecnici preparati e provenienti dalle tecnologie e dallo stabilimento. L’obiettivo urgente fu di mappare tutte le postazioni manuali di lavoro mediante un’analisi rozza ma efficace, pensate a quanti elementi di operazioni e a quanti lavoratori erano direttamente coinvolti.

La prima scheda da compilare si componeva di analizzare ogni micro-movimento per scovare i movimenti delle mani che implicavano flessioni, deviazioni ulnari, pressioni con il palmo, pressioni con il pollice, operazioni effettuate con i gomiti sopra le spalle. Cioè quasi tutte le operazioni manuali e parzialmente responsabili dei numerosi casi.

Anche le linee erano vecchie. Un caso eclatante era il cruscotto in lamiera della Panda che doveva essere ribattuto per 12 volte con un martelletto in metallo. L’operazione realizzata una volta al minuto era in assoluto la peggiore, realizzato nel 99% dei casi da donne.

I fattori di rischio del CTD (cumulative traume desorders) si moltiplicavano in modo assolutamente deleterio: ripetitività, frequenza, vibrazioni, forza. Si pensi poi alle lavorazioni sotto-scocca che obbligavano le persone a lavorare sempre per quasi 7,5 ore con le braccia alzate. Sulle UTE di Punto potevamo già contare sui “ganci girevoli”, che consentivano un approccio ergonomico corretto.

Oggi conosciamo le cause della patologia e soprattutto eravamo consci delle necessità della produzione, anche se eravamo giovani analisti tempi e metodi che si preoccupavano di rilevare un tempo e bilanciare la linea. Dopo la mappa delle postazioni, individuando quelle più critiche, seguì un piano di miglioramento e una mappa di tutti i lavoratori che già avevano limitazioni mediche. Questo portò in evidenza un mondo sommerso che avrebbe minato le fondamenta e le sorti dello stabilimento torinese.

Fu un periodo difficile ma anche assolutamente creativo e migliorammo decisamente molti posti di lavoro, introducendo anche diversi partner collaborativi per salvaguardare la colonna dorso lombare (lo studio NIOSH sarà oggetto di prossimo articolo), paranchi per le batterie più pesanti, servo-mezzi automatici per le ruote che sostituivano gli avvitatori pneumatici a massa battente.

Oggi, lo studio dell’ergonomia ha raggiunto livelli altissimi e quella prima slide osservata, risulta un po’ romantica e obsoleta, ma non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo che è quello di progettare posti di lavoro a misura d’uomo che tutelino la sicurezza della persona e che rappresentino il corretto compromesso che rispetti costi e il mantenimento dello stesso posto lavorativo. Trattandosi di un grafico dove impresa e lavoratori trovino un rendez-vous che accontenti le parti, con buona pace dell’economia e del buon governo.

Andrea Bolfi

Pubblicato da Andrea Bolfi

Industrializzatore processi, analista T&M, ergonomo, scrittore e blogger "Costruire Cultura".

One Comment

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    Enrico Cravero 14 Dicembre 2019 at 14:29

    Complimenti articolo brillante che tiene vivo l’interesse su un argomento tanto importante quanto difficile da trattare nella maniera giusta. Bravo Andrea sono curioso di leggere il seguito!!!

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